La Comunicazione consapevole e non violenta

Lino Lepore

Cos’è la Comunicazione Nonviolenta ?

È possibile connettersi all’umanità di ogni persona?
È possibile interagire con le altre persone in una maniera che dia lo stesso valore ai bisogni di tutti?
La comunicazione nonviolenta (cnv) ci aiuta ad essere in contatto con ciò che è vivo dentro ciascuno di noi in ogni momento, con ciò che possiamo fare per renderci la vita più bella e con la consapevolezza di ciò che ostacola la nostra disposizione naturale a dare e ricevere. Il linguaggio della cnv rafforza la nostra capacità di ispirare empatia nelle altre persone e d’ascoltare con empatia tanto loro quanto noi stessi.

La cnv marca un percorso che ci aiuta a reimpostare come ci esprimiamo, come ascoltiamo e come risolviamo i nostri conflitti, focalizzando la nostra coscienza sull’osservazione, le emozioni, i bisogni e le richieste concrete.

Attraverso il “modello” della CNV, Marshall Rosenberg ci aiuta a capire come è possibile:

  • diventare consapevoli dei nostri bisogni e valori profondi.
  • diventare consapevoli dei nostri bisogni e valori profondi.
  • esprimere i nostri sentimenti e bisogni e prendercene cura.
  • ascoltare i bisogni autentici dietro ogni messaggio altrui.
  • manifestare una comprensione rispettosa per i messaggi ricevuti.
  • andare oltre pensieri, parole e azioni basate su giudizi moralistici.
  • riconoscere gli schemi di pensiero che portano alla collera e alla depressione.
  • comunicare utilizzando il potere curativo dell’ empatia.
  • rimanere connessi ai nostri valori nel corso di ogni interazione.
  • agire non motivati da paura, senso di colpa, risentimento, vergogna o obbligo.
  • sviluppare delle strategie rivolte a soddisfare i bisogni di tutti.
  • motivare senza la minaccia di punizioni né la promessa di ricompense.
  • superare i condizionamenti culturali che ostacolano l’empatia e promuovono la violenza.

Impariamo ad esprimerci in modo onesto, con il solo scopo di rivelare ciò che È vivo e presente in noi. Scopriamo una connessione profonda, sostenuta da un reciproco dare e ricevere dal cuore. L’amore È qualcosa che possiamo “praticare” vivendo un’ esperienza spirituale gioiosa, che inizia da noi. La CNV È uno strumento semplice nei suoi principi, ma potente per migliorare la nostra relazione con noi stessi e con gli altri. Ci invita ad attivarci per creare un mondo di empatia e compassione, in cui il linguaggio che usiamo È la chiave per arricchire la vita.

1. Pasquale (Lino) Lepore

  • Laureato in Filosofia e Abilitato all’insegnamento di Filosofia, Scienze dell’ Educazione e Storia. Insegnante di ruolo nei Licei fino al ’95.
  • Master in Programmazione Neurolinguistica (PNL) e Trainer Aleph in Meditazione e PNL Umanistica. (Aleph è Scuola di Counseling accreditata dal MIUR). www.aleph.ws
  • Formazione in Mindfulness Counseling. (Mindfulness Project è Scuola di Counseling Transpersonale riconosciuta dalla S.I.CO.). www.mindproject.com
  • Formazione in Comunicazione Nonviolenta (CNV). www.cnvc.org e www.centroesserci.it

Nella formazione al counseling ho fatto il tirocinio (150 ore sotto supervisione) come facilitatore di gruppi di apprendimento e pratica della comunicazione nonviolenta. Non sono certificato Trainer dal CNVC (Centro per la CNV). Quello che insegno è basato sulla mia comprensione e integrazione della CNV con le pratiche della comunicazione consapevole, empatica, ecologica e strategica apprese nelle Scuole di Aleph e Mindfulness Project, oltre che nei molti anni di studio e pratica della meditazione.

 

2. sito Web

La Comunicazione Nonviolenta (cnv) è opera di Marshall B. Rosenberg, Ph.D., direttore dei servizi educativi del CNVC (Center for Nonviolent Communication), una organizzazione mondiale senza scopo di lucro. I riferimenti sono:

• In Italia:
Centro Esserci
Via Silvano Caleri 14
42100 Reggio Emilia
Tel/fax 0522 943053
Email: info@centroesserci.it – Sito web: www.centroesserci.it
La dott.sa Vilma Costetti, direttrice del Centro Esserci, è attualmente l’unica insegnante in Comunicazione Nonviolenta – Linguaggio Giraffa® autorizzata in Italia dal CNVC.

• Nel mondo:
Center for Nonviolent Communication, CNVC
PO Box 6384
Albuquerque, NM 87197
Tel: +1.505.244.4041 – Fax: +1.505.247.0414
Email: cnvc@cnvc.org – Sito web: www.cnvc.org

Tratto dal sito web del CNVC:
Linee guida per condividere la cnv
( per quelli che non sono trainer certificati dal Center for Nonviolent Communication )
Quando si è fatta l’esperienza della cnv nella propria vita, spesso si sente una grande voglia di condividere con gli altri ciò che si ha imparato. In effetti è proprio il nostro sogno che con i nostri sforzi congiunti, tutte le persone e le istituzioni si aprano ad una più profonda capacità di relazioni pacifiche e a prodigarsi per la vita. Diamo il benvenuto a tutti quelli che vorranno partecipare a diffondere la visione della cnv e non vogliamo in nessun modo scoraggiare questo entusiasmo.
Le domande che seguono vengono spesso formulate da persone che vogliono condividere la propria cognizione della cnv con altri individui, gruppi e istituzioni.
“Se non volete scoraggiare le persone dall’insegnare la cnv, come mai esiste la certificazione dei trainer?”
La nostra intenzione non è di scoraggiare le persone che vogliono trasmettere l’apprendimento in modi che loro ritengono validi. Abbiamo però il desiderio di proteggere l’integrità della cnv in quanto corpo d’insegnamento. In questo senso certifichiamo dei trainer per garantire la correttezza, completezza e affidabilità dello scopo e del modello della cnv. I trainer certificati s’impegnano d’altronde a dare il loro sostegno all’opera del CNVC, come viene descritto nell’ accordo con i trainer.
“E dunque non avete obbiezioni al fatto che alcuni di noi insegnino la cnv?”
In assoluto, lo incoraggiamo. Apprezziamo che vogliate condividere la vostra esperienza, rendendo chiaro che il vostro insegnamento si basa sulla vostra comprensione della cnv. Vi chiediamo però di dare pieno riconoscimento a Marshall B. Rosenberg e di menzionare le organizzazioni e i trainer cnv locali, così come di provvedere informazione di contatto per il CNVC, www.cnvc.org.

 

3. liberarsi dai giudizi

Una questione fondamentale per una coscienza nonviolenta è la traduzione dei propri giudizi in sentimenti e bisogni. È impossibile apprezzare i bisogni degli altri e coltivare l’empatia se allo stesso tempo li stiamo giudicando. Liberarsi dai propri giudizi ci può apparire comunque un compito immenso. E così pareva a me all’inizio. La mia mente sembrava che emettesse un giudizio al secondo, mentre cercava di ordinare i dati in categorie di “buoni” e “cattivi”. Ecco come pensavo: Questo vestito è carino e quello lì è brutto, quella persona conduce bene e quella no, questo giardino è ben tenuto e quello non lo è, questa strada è in brutte condizioni, quel capo è cattivo – e così via. I più piccoli dettagli dovevano essere valutati e messi nella loro categoria.

Finalmente ho voluto cambiare atteggiamento. Ho cominciato a tradurre i miei giudizi, riconoscendo il modo in cui una cosa mi poteva toccare. E così quando mi sorprendevo a pensare, “Che schifo di strada!” lo traducevo in “Questa strada è molto più accidentata di quanto siano quelle che io frequento abitualmente e mi preoccupo un po’ per le mie gomme.” Traducevo, “Quanto è brusca quella lì, col suo figlio!” in “Quando vedo questa donna parlare a suo figlio in quel modo, mi sento a disagio perché per me la pazienza è importante.” Qualche volte davo empatia alla mamma nella mia mente, “Scommetto che quella mamma si sente veramente sopraffatta e ha bisogno di staccare un po’.” Man mano che mi abituavo a fare così, i miei giudizi cominciarono a diminuire decisamente. Diventò più facile provare benevolenza per le persone e ascoltarli con empatia, anch’ io sentivo una libertà che non conoscevo prima. Un cambiamento simile necessita concentrazione ed impegno, ma i benefici sono tantissimi.

 

4. Processo dell’auto-empatia

1° passo: godersi lo show degli sciacalli

Rilascia i tuoi sciacalli! Dagli un’opportunità di dire la loro. Se provi a reprimerli potresti non ricevere tutta la saggezza che le loro sciacallate nascondono per te.

  • È così indifferente
  • È un’ora che sto qui, aspettando
  • Il mio tempo non ha valore per lui
  • È proprio un maleducato
  • Gli interessa soltanto il suo tempo e la sua vita
  • Non pensa mai a me!

2° passo: le emozioni

Sii consapevole delle tue emozioni stimolate dalla circostanza.

  • Sento rabbia e dolore ed esasperazione e fastidio.
  • E mi sento a disaggio perché non mi piace sedermi sola in un ristorante.

3° passo: fare uno sforzo cosciente

Fai uno sforzo cosciente per tradurre i pensieri di sciacallo in auto-empatia, attenendoti ai passi seguenti.

4° passo: i bisogni

Sii sicuro d’identificare i tuoi bisogni. Se dovessi rimanere preso tra le osservazioni e le emozioni non giungerai alla risoluzione e alla guarigione che desideri. La piena guarigione viene dall’identificazione ed il rimpianto per i bisogni non soddisfatti.

  • Ho bisogno di rispetto e di affidabilità e di prevedibilità.

5° passo: Rimpiangere in giraffa

Riconoscere l’importanza e il dolore del bisogno non soddisfatto.

  • Quando penso a tutte le volte che ho aspettato nella mia vita mi sento triste. Ho aspettato Giovanni, ho aspettato la mamma, ho aspettato il mio ex.

Qualche volta ho aspettato e non sono neanche venuti. E veramente avevo sempre questo grande bisogno di essere rispettata e anche che le cose si svolgessero come previsto. Sì, è proprio così. Vorrei essere rispettata e che ci sia prevedibilità nelle cose. E anche potermi fidare che gli accordi che faccio saranno rispettati e se ho un appuntamento con qualcuno questa persona ci sarà. Mi sento triste quando penso quanto sia importante per me tutto ciò e quanto raramente questo mio bisogno è stato soddisfatto.

Adesso che hai identificato i sentimenti dietro ai bisogni non soddisfatti, rimani con questi sentimenti a rimpiangere le volte che i bisogni non sono stati soddisfatti. Fa parte del processo di guarigione.

6° passo: riconoscere la bellezza dietro al bisogno

Notate se sentite un qualsiasi cambiamento quando avete identificato e pienamente rimpianto il bisogno insoddisfatto. Concentra l’attenzione sul bisogno stesso. Focalizzati sulla sua bellezza e su quanto sia meraviglioso avere questo bisogno soddisfatto. Come sarebbe avere il mio bisogno di rispetto e di affidabilità pienamente soddisfatto?

7° passo: Fare una richiesta a noi stessi o agli altri

Adesso che ho identificato il mio vero bisogno, quale azione potrebbe aiutarmi a soddisfare questo bisogno? Qualche volta non è necessario che ci sia un’ azione. Riconoscere e rimpiangere il bisogno bastano per sentirsi guariti.
Altre volte vorremo fare una richiesta: Giovanni, io avevo capito che ci dovevamo incontrare alle 6. Quando arrivi alle 7, mi sento angosciata e insicura perché ho un forte bisogno di prevedibilità e di essere rassicurata che le persone con cui ho un appuntamento rispetteranno il loro impegno. Saresti d’accordo di chiamarmi se vedi che sarai più di un quarto d’ora in ritardo?

(un modello di Mary Mackenzie)L’ auto-empatia ci incoraggia a focalizzare l’attenzione sui nostri bisogni e su ciò che veramente vogliamo chiedere o fare per soddisfarli, anziché centrarci su ciò che non va in noi o negli altri.
Per esempio, se mi alzo con il mal di testa, invece di lamentarmi per tutte le cose che ho “sbagliato” (poco o troppo sonno, abitudini alimentari, ecc.), l’auto-empatia mi centra su ciò di cui ha bisogno il mio corpo per guarire.

I nostri conflitti ci conducono spesso ad uno stato alienato dai nostri bisogni, dove dominano i pensieri giudicanti. Per esempio, vorremmo avere un contatto autentico e profondo con altre persone ma allo stesso tempo questo ci fa paura e respingiamo gli altri. Allora deduciamo che nessuno ci vuol bene o che non meritiamo di essere apprezzati. Il risultato finale può essere la depressione, lo scoraggiamento o il disgusto verso noi stessi.

 

5. Pema Chodron parla ... in cnv

Cominciamo da noi stessi. Ci diamo ragione o ci diamo torto tutti i giorni, le settimane, i mesi e gli anni della nostra vita. Siamo convinti che abbiamo bisogno di aver ragione, di non sbagliare, per star bene. Non vogliamo aver torto, perché allora staremmo male ... Quando ci diamo ragione possiamo guardare cosa succede. Pensare di aver ragione può essere piacevole; possiamo sentirci nel giusto, esserne molto sicuri e avere un sacco di gente d'accordo che abbiamo ragione. Ma supponiamo che c'è qualcuno che non è d'accordo. Cosa succede allora? ... Se stiamo molto attenti al momento della rabbia e dell'aggressività, forse vedremmo che questa è la sostanza delle guerre. È la sostanza dei conflitti razziali: pensare che siamo nel giusto ed essere spiazzati, disorientati, e pieni di indignazione quando qualcuno non è d'accordo con noi. Dall'altra parte quando pensiamo di aver torto e ne siamo convinti, anche lì è possibile guardare. Tutta questa faccenda di aver torto o ragione ci rinchiude in un mondo più piccolo ...

Invece di dare agli altri ragione o torto, ... c'è una terza via, molto poderosa. La si potrebbe vedere come rimanere sospesi sul filo del rasoio, senza cadere ne di qua ne di là. Questo implica non essere attaccato alla nostra versione dei fatti in modo così stretto. Implica mantenersi aperti di cuore e di mente il tempo necessario per considerare l'idea che quando vediamo le cose come “sbagliate” lo stiamo facendo perché desideriamo calpestare su un suolo stabile e sicuro. Allo stesso modo quando le vediamo come “giuste” o “corrette”, stiamo comunque cercando di ottenere stabilità e sicurezza. Sarebbe possibile avere il cuore e la mente grandi abbastanza per mantenersi sospesi in quello spazio dove non siamo sicuri di chi ha ragione e di chi ha torto? Potremmo non avere un “ordine del giorno” quando entriamo in una stanza e ci incontriamo con un'altra persona, non sapere cosa dire, non dare all'altro ragione o torto? Potremmo ascoltare, vedere, sentire gli altri così come sono veramente? Questa è una pratica molto potente. La vera comunicazione può succedere soltanto in quello spazio.

Che si tratti di noi, dei nostri amanti, dei nostri capi, dei nostri bambini, del commerciante avido, del governo o della situazione politica, è più audace, è più reale, non escludere nessuno dai nostri cuori, non fare di nessuno il nostro nemico. Se cominciamo a vivere così, vedremo che non possiamo più pensare le cose come completamente giuste o sbagliate, perché le cose sono molto più scivolose e giocherellone. Tutto è ambiguo; tutto sta sempre cambiando e trasformandosi e ci sono sempre tante versioni quante sono le persone implicate in una situazione. Cercare di trovare delle verità assolute è uno dei nostri trucchi per sentirci a nostro agio e sicuri.

Tutto ciò ci porta ad una questione sottostante ed essenziale per tutti noi. Come faremo per cambiare qualcosa? Come riuscire a che ci sia meno invece di più violenza? Come posso io imparare a comunicare con una persona che mi sta facendo del male o con qualcuno che sta facendo del male a molta gente? Come posso parlare a questa persona in modo che le cose cambino realmente? Come posso comunicare in modo che si apra uno spazio dove entrambi entriamo in contatto con una sorta di intelligenza basica e condivisa da tutti? In un incontro potenzialmente violento, come comunicare in modo che nessuno dei due si arrabbi e diventi più aggressivo? Come posso comunicare col cuore in modo che una situazione bloccata e chiusa possa “arieggiare”. Come comunicare in modo che una situazione che sembrava gelata ed intrattabile cominci a ammorbidirsi e un certo scambio empatico cominci ad essere possibile?

Ebbene, tutto comincia col voler sentire ciò che stiamo provando. Comincia col voler avere una relazione benevola e compassionevole con le parti nostre che pensiamo non siano degne di esistere. Se consentiamo ad essere attenti non solo a ciò che è comodo ma anche a cosa proviamo quando soffriamo, se soltanto aspiriamo a rimanere svegli e aperti a ciò che proviamo, a dargli riconoscimento nel miglior modo che possiamo in ogni momento, allora qualcosa si sposta e comincia a cambiare.

L'agire compassionevole, l'essere lì per gli altri, il poter/saper agire e parlare comunicando, inizia col vedere se stessi nel momento in cui ci diamo ragione o torto. In quell’ attimo, potremmo semplicemente considerare il fatto che esiste un' alternativa più ampia ed elevata di entrambi quei giudizi, dove c'è un'energia più tenera, più vibrante … e dove possiamo scegliere di vivere. Questa energia se la possiamo toccare, ci aiuterà ad allenarci, lungo il percorso delle nostre vite, ad aprirci sempre di più a ciò che stiamo vivendo, ad aprirci di più invece di chiuderci di più. E potremmo scoprire che man mano che cominciamo ad impegnarci con questa pratica e a celebrare aspetti nostri che prima trovavamo “impossibili”, qualcosa si sposterà in noi. I nostri vecchi schemi abituali cominceranno ad ammorbidirsi, e cominceremo a vedere i volti e a sentire le parole delle persone che ci parlano.

Se cominciamo, con un po' di gentilezza, ad entrare in contatto con ciò che sentiamo, i nostri strati protettivi si scioglieranno, e troveremo che altre aree della nostra vita diventeranno accessibili. Man mano che impariamo ad avere compassione per noi stessi anche il cerchio di compassione per gli altri si allarga. . . .

 

6. PARLANDO ED ASCOLTANDO CON EMPATIA
Tratto da Creare la vera pace di Thich Nhat Hanh

Nel nostro tempo la comunicazione tra gli individui, nelle famiglie e tra le nazioni, è diventata molto difficile. Tuttavia, ci sono dei modi concreti per addestrarsi a comunicare senza violenza, e così risvegliare in sé l’empatia verso gli altri e rendere possibile la mutua comprensione.

Parlare ed ascoltare con empatia sono pratiche essenziali della comunicazione non violenta. Comunicare consapevolmente vuole dire essere cosciente di ciò che diciamo e dirlo con benevolenza. Vuol dire anche ascoltare profondamente per sentire ciò che viene detto e ciò che non viene detto. Possiamo fare uso di questi metodi in qualsiasi situazione, in qualsiasi momento, ovunque siamo.

Ci vorrebbe che almeno una persona in ogni famiglia fosse capace di comunicare empaticamente. Potrebbe essere un fratello, una sorella, un babbo, una mamma. C’è qualcuno nella tua famiglia che possa assumere questo ruolo, qualcuno che possa aiutare gli altri membri della famiglia a praticare l’ascolto profondo e a parlare con benevolenza? Potresti essere tu quella persona? Essere tu nella tua chiesa, sinagoga, sangha o comunità? O nel tuo posto di lavoro?

La persona che pratica la parola benevola e l’ascolto empatico sta praticando pace. Lei o lui aprono i nostri cuori, le nostre famiglie e la nostra società, alla comprensione, alla pace e alla riconciliazione.

Chiunque voglia associarsi o ricevere ulteriori informazioni può contattare Katharina 3403166013 o katharina.radetzky@tiscali.it